Una vendemmia nell’emisfero del sud, la Nuova Zelanda.

16 ottobre 2013

Gentili lettori,

forse non tutti sanno che nel mondo c’è la possibilità di fare due vendemmie l’anno, una nell’emisfero del nord e l’altra in quello del sud e dal punto di vista enologico siamo di fronte a due realtà differenti, il vecchio mondo che comprende Paesi come la Francia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo, e il nuovo mondo in cui troviamo paesi come l’Australia, Nuova Zelanda, Cile, sud Africa e altri. Ma pochi paesi produttori di vino hanno un’immagine cosi definita come la Nuova Zelanda. Anche se la sua produzione rappresenta solo lo 0,3% di quella mondiale, che sia un paese geograficamente isolato (dista oltre 3 ore di volo dalla costa australiana), a questo si aggiunge che la sua è una storia vinicola relativamente recente, merita un attimo di attenzione perché la sua produzione ed esportazione è cresciuta notevolmente negli ultimi anni. Cosi spinto da buone motivazioni e una forte curiosità, chi scrive ha pensato bene di lavorare per una vendemmia in Nuova Zelanda. I viticoltori neozelandesi hanno comunque dovuto affrontare all’inizio alcune difficoltà legate alla conformazione particolare del terreno, ma bonificate le superfici, avendo terreni ricchi di sostanze nutritive per la vite ed un clima decisamente favorevole per le buone escursioni termiche tra il giorno e la notte e piogge abbondanti, sono stati i primi a coniare l’idea di “lifestyle winery”, ovvero di un’attività produttiva che diventa parte integrante di uno stile di vita bucolico, spingendosi ben oltre la mera coltivazione e lavorazione dell’uva.

Il rispetto e la tutela per l’ambiente essendo una priorità per la filiera vitivinicola neozelandese, oltre ovviamente alla garanzia di salubrità, ha permesso loro di accedere con maggior facilità a mercati come gli Stati Uniti, Gran Bretagna e nord Europa in generale. Infatti lo scopo principale dell’adozione di un protocollo di produzione sostenibile già nelle prime fasi di crescita del settore ovvero quando la superficie vitata era circa un quarto di quella attuale, era quello di assicurarsi che la rapida espansione della viticoltura non avvenisse a discapito dell’ambiente.

Dopo un breve periodo di prova e sviluppo, nel 1995 è stato lanciato il Sustainable Winegrowing New Zeland , un protocollo di pratiche viticole sostenibili sottoscritto volontariamente dai produttori, integrato nel 2002 dal modulo inerente la pratiche enologiche, ha consentito di certificare tutta la filiera. Attualmente questa certificazione riguarda l’84% della superficie vitata in produzione e 129 cantine che insieme producono oltre il 75% del vino neozelandese, ma l’ambizioso obiettivo, stabilito come prioritario nel 2007, è quello di arrivare ad avere il 100% di vigneti e cantine accreditate già a partire dalla vendemmia 2012. Ciò consentirà alla Nuova Zelanda di accrescere il suo peso nel mercato internazionale, in quanto sarà la prima nazione a potersi fregiare di avere un’industria vitivinicola totalmente sostenibile. La Sustainable Winegrowing

New Zeland pone l’attenzione su tre aspetti principali ovvero gestione del suolo, gestione fitoiatrica e gestione idrica. Per la conservazione del suolo e il miglioramento della sue caratteristiche vengono proposti l’inerbimento interfilare e la fertilizzazione con materiale organico. Per arricchire la quota di sostanza organica del terreno molto diffusi sono l’impiego di compost derivante da residui vegetali, vinaccie e la trinciatura dei residui di potatura. La gestione fitoiatrica mira a ottenere un vino a residuo zero grazie all’adozione di tecniche di lotta integrata: con un monitoraggio frequente dei vigneti si tende a ridurre al minimo la necessità di interventi chimici e i prodotti fitosanitari utilizzati sono selettivi e a basso impatto ambientale. Pensate che per combattere il silver eyed, un temibile uccello che obbliga i viticoltori a proteggere la vigne tramite fitte reti che ricoprono i filari singolarmente, si sta diffondendo l’impiego di falchi addestrati.

Il ricorso all’irrigazione avviene razionalmente e in maniera molto oculata, tramite il ricorso a programmi che mirano ad ottenere la massima qualità dell’uva con il minimo dispendio di acqua, nonostante la risorsa idrica sia al momento piuttosto abbondante. I produttori,inoltre, dal punto di vista pratico mirano a ridurre i rifiuti solidi urbani, l’inquinamento acustico e le emissioni in atmosfera. Ma al di là di quelle che sono le certificazioni, l’enologia neozelandese è in generale orientata verso la naturalità del processo produttivo e la minimizzazione degli input chimici.

L’atteggiamento attento nei confronti dell’ambiente si trova non  solo in ambito enologico ma anche nella lungimirante politica di conservazione del governo neozelandese che, fermamente contrario all’energia nucleare, ai termovalorizzatori e agli inceneritori, ha puntato con decisione verso le fonti di energia rinnovabili, la tutela degli ecosistemi naturali e la conservazione della biodiversità.

Non è da ritenersi frutto della casualità il fatto che proprio in Nuova Zelanda si trovi la prima azienda vitivinicola al mondo certificata carboNZero , ovvero secondo il programma che mira a ridurre l’emissione di gas serra dell’attività produttiva, minimizzando gli effetti negativi sul clima. Piccola curiosità, questa azienda al di là dell’ottima qualità dei sui vini e all’innegabile vantaggio di essere stata la prima, nell’arco di un anno ha aumentato le esportazioni del 300%.

Con questo breve articolo ci tengo a far riflettere tutti i colleghi produttori e viticoltori affinché seguino la scuola di pensiero di questa giovane nazione, perché cosi facendo a trarne i benefici è il Paese intero, in termini di immagine  e di ricchezza.